La traduzione è un processo invisibile che governa gran parte della nostra vita senza che ce ne accorgiamo davvero. È un atto di interpretazione del mondo, un ponte tra due modi diversi di pensare, sentire e dare significato alle cose. Forse è anche per questo che film e serie TV che ruotano attorno alla traduzione risultano così affascinanti e diventano, spesso, famosi a livello internazionale. Perché in realtà non parlano solo di lingue, ma di incomprensione, solitudine e desiderio di sentirsi finalmente capiti.
Il silenzio e la distanza in Lost in Translation
Uno degli esempi più rappresentativi è il film Lost in Translation, ambientato a Tokyo. La regista Sofia Coppola ha deciso di utilizzare la traduzione non solo come un semplice elemento narrativo, ma come vera e propria condizione esistenziale. I protagonisti non sono solo stranieri in un Paese che non capiscono linguisticamente, ma sono persone che non sanno tradursi nemmeno su un livello emotivo. Mancano le parole, arrivano distorte e spesso non arrivano proprio. Ecco che il vuoto linguistico si trasforma in vuoto esistenziale. Questo film mostra con estrema lucidità una verità che tendiamo a ignorare, ossia che la comunicazione non è mai perfetta, neanche quando si parla la stessa lingua.
Quando tradurre diventa una scelta morale nelle serie contemporanee
Un altro esempio interessante, meno conosciuto, è la serie tv di Netflix coreana Come si traduce “Amore”?. Se in Lost in Translation la traduzione è assenza, in questo caso si trasforma in una discussione continua. Il protagonista, Joo Ho-Jin, è un interprete poliglotta, capace di parlare perfettamente più lingue, ma incapace di tradurre ciò che prova. Dimostra così come si possa essere impeccabili nella traduzione linguistica, ma analfabeti quando si tratta di traduzione emotiva. Lavorando per la famosa attrice Cha Mu-Hee, comprende che non potrà mai tradurre solo le parole, ma anche l’immagine pubblica di lei. Se traduce letteralmente, rischia di distruggerla; se addolcisce ciò che dice, tradisce ciò che lei è nella sua interezza. Ecco che la traduzione diventa scelta morale.
Due modi diversi di non capirsi
Sia in Lost in Translation che in Come si traduce “Amore”? accade la stessa cosa, ma in modi diversi. Nel film di Coppola la traduzione manca, lasciando emergere il silenzio. Nella serie, invece, la traduzione esiste, ma è imperfetta. In entrambi i casi, però, le persone restano, almeno in parte, sole.
Ogni persona parla una lingua diversa
C’è una scena nella serie coreana che rappresenta al meglio la sintesi di quanto detto:
“Sai quante lingue diverse esistono al mondo, signor interprete?
Credo siano più di 7.000.
No, non è così. Esistono tante lingue quante sono le persone. Perché ognuno parla la propria lingua. Ecco perché le persone si fraintendono, non si capiscono e si offendono a vicenda.”
Il bisogno universale di essere davvero compresi
Spesso sentiamo il bisogno di essere capiti, e non solo ascoltati. La necessità di sentirsi “tradotti” nel modo giusto. E quando questo non succede, ci sentiamo fuori posto. In fondo, però, dobbiamo ricordarci che ogni emozione viene tradotta secondo l’esperienza di chi ascolta, il che può essere un bene o un male. Bisogna accettare che ogni comunicazione è imperfetta, anche quando si parla la stessa lingua, forse ancora di più.
