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6 Ottobre 2026
LA MIA VITA IN PRESTITO
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La mia vita in prestito

La mia vita, fino a due anni fa, era una lista piena di cose da fare. Scadenze, lavoro, l’automobile dal meccanico, una discussione per qualcosa di banale, il Wi-Fi che non funziona. Poi arriva una frase detta, senza alcuna empatia, in un freddo ospedale: “Non si tratta di polmonite, ma di un tumore con metastasi diffuse in tutto il corpo e non operabile”. E la lista finisce in un cassetto.

Da quel giorno tutto è cambiato e non sono più stato il proprietario della mia vita. Ne sono diventato l’inquilino. Un inquilino in prestito temporaneo, con un contratto di cui non conosco la scadenza, anche se so benissimo che, non troppo tardi, purtroppo, questa arriverà. E, quando sai di essere in prestito, tutto cambia prospettiva, la tua vita assume un significato completamente diverso.

Quando tutto cambia prospettiva

Dopo aver portato la maschera con l’ossigeno, ho scoperto l’importanza e la bellezza profonda di respirare. Lo facciamo circa 20.000 volte al giorno senza accorgercene. Io ora presto attenzione ad ogni singolo respiro, da quando la mattina l’aria fresca entra nei polmoni, sino a prima di addormentarmi la sera nel mio letto. Ogni mio singolo respiro è una grande vittoria. È un traguardo raggiunto, un dono insperato. Non ho più bisogno di scalare montagne, di imprese memorabili per sentirmi vivo, mi basta sentire l’aria che entra ed esce.

La bellezza delle cose che davamo per scontate

Quando si è sani ci si sente invincibili e tutto ciò che ci circonda lo diamo per scontato, persino il cielo. Io, dopo la malattia, ho imparato a guardarlo nella sua immensità. Da sfondo è diventato protagonista. C’è il cielo azzurro con il sole che ti scalda la faccia, che ti fa chiudere gli occhi e ti fa dire grazie, solo per quel calore. E poi c’è la pioggia. Prima mi infastidiva, sporcava la macchina, bagnava le scarpe, ti costringeva ad usare l’ombrello. Oggi trovo che sia estremamente dolce e romantica. Il rumore sui vetri, l’odore della terra bagnata, il mondo che si lava. Se puoi innamorarti della pioggia, vuol dire che sei ancora vivo.

La moto, la mia stanza di terapia

E, infine, c’è lei, la mia motocicletta, amica inseparabile delle mie giornate.

Per molti è solo un motore, un mezzo per circolare. Per me è diventata la medicina più potente, la mia vera stanza di terapia. Quando tutto pesa troppo, quando i pensieri si fanno scuri, io ho bisogno di una cosa sola, indossare il mio casco, il giubbotto, girare la chiave di accensione e via.

Prendere la mia moto e farmi un giro sulla litoranea salentina è il mio modo di pregare. Non c’è ospedale, non c’è referto, non c’è orologio. C’è solo il vento sulla faccia, anche sotto il casco lo senti che ti accarezza l’anima e quell’odore inconfondibile di salsedine che ti entra nei polmoni e ti pulisce da dentro. Il mare che scorre al tuo fianco, immenso, ti ricorda quanto sei piccolo e quanto è prezioso quello che hai.

E poi ci sono le strade di campagna, quelle che profumano di terra, di ulivi, di viti, di grano, di erba appena tagliata. Lì, in mezzo alla natura, senza rumore se non quello del motore che borbotta regolare sotto di te, io mi riconcilio. Mi riconcilio con la vita, anche con questa vita che mi ha messo davanti ad una prova così grande. La natura non giudica, non chiede, non ha fretta. Ti insegna solo ad andare avanti, curva dopo curva. E quando torno da un giro, anche di un’ora, torno più leggero. Non sono guarito, ma sicuramente sono più vivo.

I problemi diventano piccoli sassolini

I problemi materiali? Si sono ridimensionati tutti. Quelli che prima mi sembravano montagne – il conto da pagare, la bolletta troppo alta, il lavoro – oggi sono piccoli sassolini sul bordo della strada. Ho capito che la maggior parte delle cose per cui ci arrabbiamo non merita nemmeno un minuto del nostro tempo. Non litigo più. Non ne ho più voglia, non ne ho più tempo. Con chi ami, non vale mai la pena di litigare. A cosa serve avere ragione se poi perdi un abbraccio?

Non rimandare più ciò che conta

E, soprattutto, ho imparato a non rimandare.

Quante volte diciamo “te lo dico domani”, “la prossima volta”. Non esiste il domani, la prossima volta, esiste solo l’oggi. Ora sono pienamente consapevole che devo dire ogni volta che ne ho la possibilità ai miei cari “Ti voglio bene”. Lo dico la mattina, la sera, e domani mattina lo dirò di nuovo. Li abbraccio forte, anche senza un motivo particolare. Perché le parole d’amore non dette pesano più di qualsiasi rimpianto.

Non aspettate una diagnosi per capire la vita

Non scrivo queste parole per suscitare pena, odio la compassione, le pacche sulla spalla. Scrivo perché, forse, a qualcuno che sta leggendo di fretta, potrebbe servire. Non aspettate una diagnosi per cambiare il vostro modo di vedere e di pensare la vita. Non aspettate di essere in prestito, come me, per capire il vero valore di ciò che vi circonda.

Fermatevi a guardare il cielo, concentratevi sul vostro respiro, assaporate nel profondo ogni singolo dono della vita e, se volete bene a qualcuno, ditelo, ripetetelo senza rimandare al domani.

Finché c’è vita, possiamo scegliere come viverla

La mia malattia non è operabile, è un dato di fatto che non posso cambiare. Ma la nostra vita, finché ci è data, è sempre operabile. Possiamo ancora scegliere come viverla.

E io, nel tempo che mi resta, ho scelto di viverla così, con gratitudine per le piccole cose, con i miei cari, sulla mia moto, con il vento in faccia e il profumo del mare.

 

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