Gianni De Vincentiis, presidente del WWF Taranto, racconta, al direttore Massimo Maria Amorosini, il suo legame con la città dei due mari e indica una strada possibile per il suo riscatto: Mar Piccolo, Palude La Vela, turismo sostenibile, educazione ambientale e nuove opportunità di lavoro. «Dobbiamo far innamorare le nuove generazioni della loro città.
Gianni, prima del presidente del WWF vorrei conoscere la persona. Qual è il suo primo ricordo della natura e del mare di Taranto? C’è un’immagine dalla quale nasce il suo legame con questo territorio?
Sono ricordi che risalgono all’infanzia. Sono nato a Taranto, sono un tarantino purosangue e il mio legame con la città è inevitabilmente legato al mare. Uno dei ricordi più belli è l’incontro, quando ero ragazzino, con una tartaruga marina Caretta caretta. Ero vicino alla spiaggia, in acque piuttosto basse, e me la ritrovai davanti. Probabilmente era alla ricerca di un sito adatto alla nidificazione. Quell’incontro mi fece innamorare ancora di più del mare e, in qualche modo, accese quella che sarebbe diventata la mia attenzione verso l’ambiente.
Quando è diventato ambientalista? C’è stato un momento nel quale ha capito che amare Taranto non bastava più e che bisognava impegnarsi personalmente per proteggerla?
Sì. Nella mia vita sono stato militare e ho trascorso molti anni lontano da Taranto. Ho avuto così la possibilità, e per certi versi anche la sfortuna, di ascoltare come la mia città veniva raccontata fuori dai suoi confini. Quei giudizi mi infastidivano molto, anche per una forma di orgoglio e di appartenenza.
Conoscevo le potenzialità di Taranto, le sue risorse ambientali, la sua natura, la sua straordinaria ricchezza. Quando sono rientrato ho quindi deciso di dedicare parte del mio tempo a un obiettivo: contribuire a cambiare la narrazione della città.
Presiedere un’associazione come il WWF significa dedicare tempo ed energie e affrontare battaglie non semplici. Cosa le fa dire ancora oggi “ne vale la pena”? Ha mai pensato di mollare?
I momenti di scoraggiamento ci sono stati, ci sono e probabilmente ci saranno ancora. Cercare di produrre un cambiamento in questa città non è semplice. E farlo rappresentando un’organizzazione come il WWF significa essere chiamati in causa praticamente su tutto: ambiente, verde, animali, inquinamento.
Nel corso degli anni alcune amministrazioni ci sono state vicine e noi, da parte nostra, abbiamo sempre cercato di offrire un contributo. L’obiettivo resta quello di cambiare la narrazione di Taranto: non più soltanto città dell’inquinamento e dell’industria dell’acciaio, ma una città capace di valorizzare le proprie risorse ambientali, turistiche e storiche.
Taranto ha una storia plurimillenaria e possiede enormi potenzialità. Certo, servono tempo, risorse e tanto impegno. Qualche momento di scoraggiamento, quindi, è inevitabile.
Il Mar Piccolo rappresenta forse meglio di ogni altro luogo le contraddizioni di Taranto: fortissime pressioni antropiche e, contemporaneamente, una biodiversità straordinaria. Quanto conosciamo realmente questo patrimonio?
Ancora troppo poco. Per molto tempo le vicende che hanno interessato Taranto hanno allontanato le persone dalla conoscenza delle proprie radici e del proprio territorio. Il Mar Piccolo ne è un esempio.
È qualcosa di straordinario e rappresenta un luogo identitario della città. Per millenni una parte fondamentale della vita di Taranto si è sviluppata proprio intorno al Mar Piccolo. Le sue caratteristiche sono peculiari: pensiamo ai citri, le sorgenti carsiche sottomarine che apportano acqua dolce ricca di nutrienti e sali minerali. Sono condizioni che hanno contribuito anche alla specificità della cozza nera tarantina, diventata Presidio Slow Food.
Eppure molti, compresi tanti tarantini, continuano a considerare il Mar Piccolo soltanto come un luogo inquinato. Certamente l’antropizzazione è stata molto forte: l’Arsenale della Marina Militare, i cantieri navali e numerose attività si sono concentrate qui. Ma il Mar Piccolo ha dimostrato una straordinaria resilienza.
Adesso dobbiamo curarlo, proteggerlo e rispettarlo. E soprattutto c’è una parola che continuo a ripetere alle istituzioni: legalità. Il Mar Piccolo deve essere riportato pienamente alla legalità. Se sapremo farlo, saprà ricompensarci con la sua straordinaria capacità di rigenerarsi.
Palude La Vela racconta forse meglio di ogni altro luogo la possibilità di rinascere. Dopo gli incendi oggi è nuovamente visitabile e ospita una straordinaria biodiversità. Che emozione prova osservando lo stupore di chi la scopre a pochi passi dalla città?
È probabilmente questo il carburante che alimenta il nostro impegno, non soltanto il mio ma quello di tutti i volontari del WWF Taranto: leggere negli occhi dei visitatori la meraviglia nello scoprire un luogo del genere a pochissima distanza dalla città.
Noi definiamo Palude La Vela una “palude metropolitana”, perché è praticamente dentro Taranto. In questi giorni, per esempio, iniziano ad arrivare i fenicotteri rosa, ma l’area è ricchissima di fauna e i nostri censimenti lo dimostrano.
Gli incendi – ne abbiamo avuti tre tra il 2017 e il 2020 – hanno provocato danni enormi. Paradossalmente, però, il lungo periodo di stop successivo ha consentito alla natura di rigenerarsi e oggi ci restituisce nuovamente uno spettacolo meraviglioso.
Ora sta a noi gestire bene quest’area, proteggerla e valorizzarla. E speriamo che le istituzioni ci aiutino, perché Palude La Vela può essere uno dei grandi biglietti da visita di Taranto.
Possiamo trasformare Palude La Vela e il Mar Piccolo non soltanto in luoghi da proteggere, ma in elementi di una nuova offerta turistica della città? Come si conciliano tutela e fruizione?
Non soltanto possiamo: dobbiamo farlo. Le potenzialità esistono. Naturalmente il primo passo resta quello di ripristinare la legalità e bonificare le situazioni che per troppo tempo sono state trascurate.
Il Parco del Mar Piccolo, con Palude La Vela, può regalarci grandi soddisfazioni anche sul piano turistico. In molte parti del mondo aree di questo genere vengono protette, valorizzate e trasformate in una risorsa per il territorio.
Noi siamo ancora un po’ in ritardo, anche se qualcosa si sta muovendo. Personalmente continuo a insistere con tutte le amministrazioni: dobbiamo accelerare questa trasformazione. Per Taranto è fondamentale.
Lei insiste molto anche sull’educazione ambientale. Quanto è importante partire dai bambini e dai ragazzi se vogliamo cambiare davvero il rapporto di Taranto con il proprio territorio?
È fondamentale. Un territorio è fatto di luoghi, ma soprattutto di persone. E se le persone non conoscono, difficilmente possono agire per proteggere ciò che hanno.
Per questo consideriamo l’educazione ambientale una componente essenziale dell’educazione civica e abbiamo chiesto di poter intervenire anche nelle scuole. Trovo paradossale conoscere molto del mondo e sapere pochissimo della propria città e delle proprie origini.
Possiamo sapere che il Po è il fiume più lungo d’Italia, ma un ragazzo tarantino dovrebbe conoscere anche il Galeso, sapere che cosa rappresenta per la città e comprenderne le peculiarità.
Poi ci sono i comportamenti quotidiani: la gestione dei rifiuti, non gettare una cicca per terra, non disperdere l’olio esausto nell’ambiente. Sembrano piccoli gesti, ma è attraverso questi comportamenti che si formano cittadini consapevoli. E dalle nostre azioni quotidiane dipende anche il territorio che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
Per decenni a Taranto ambiente e lavoro sono stati rappresentati quasi come interessi contrapposti. È possibile superare questa dicotomia e fare dell’ambiente stesso un generatore di economia, occupazione e nuove professionalità?
È fondamentale riuscirci. Il WWF ha seguito, segue e continuerà a seguire con grande attenzione la situazione dell’ex Ilva. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dell’impatto sociale che avrebbe una chiusura totale: migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente da quella realtà.
Credo siano stati commessi grandi errori negli anni, anche attraverso il continuo ricorso ai cosiddetti decreti “salva Ilva”, mentre sarebbe stato necessario investire con una visione di lungo periodo nella trasformazione dello stabilimento.
Oggi siamo arrivati a un passaggio decisivo. Le istituzioni devono mettere al primo posto la tutela della salute dei cittadini, ma nello stesso tempo devono tutelare i lavoratori e costruire per Taranto una prospettiva economica diversa.
Il WWF non dice sempre sì ai progetti presentati come “green”. Nel 2025 avete contrastato il progetto del fotovoltaico galleggiante nel Mar Piccolo. Qual è il confine tra sviluppo sostenibile e utilizzo improprio dell’etichetta della sostenibilità?
Il principio è semplice: contrastiamo ciò che riteniamo possa danneggiare la comunità, il territorio e l’ambiente. Abbiamo contrastato il progetto del fotovoltaico galleggiante perché prevedeva una superficie molto estesa di pannelli in un’area delicatissima del Mar Piccolo, davanti al fiume Galeso, con possibili conseguenze sulla mitilicoltura.
Oggi siamo impegnati anche nella valutazione di progetti agrivoltaici nell’area della Salina Grande. Questo non significa essere contrari alle energie rinnovabili, tutt’altro: il WWF è favorevole alla transizione energetica. Ma ogni progetto deve essere studiato attentamente e deve essere compatibile con il territorio e con la comunità.
Utilizzare semplicemente l’etichetta “green” non rende automaticamente sostenibile un progetto. Altrimenti rischiamo di cadere nel greenwashing.
Taranto ha bisogno di investimenti e sviluppo. Come possiamo evitare che la tutela ambientale venga percepita come il “partito del no” e trasformarla invece in una proposta concreta di sviluppo diverso?
Ambiente e sviluppo non sono incompatibili. Basta guardare la qualità del nostro mare: abbiamo acque straordinarie e un patrimonio che, dal punto di vista turistico, potrebbe consentirci di fare molto di più.
Per troppo tempo il turismo a Taranto è stato considerato qualcosa di accessorio rispetto al resto dell’economia. Questa impostazione deve essere superata.
Abbiamo le risorse ambientali. Servono investimenti, capacità di accoglienza e soprattutto una nuova mentalità imprenditoriale. Per questo educazione ambientale, formazione e sviluppo economico devono procedere insieme e ricongiungersi in un unico punto: creare una nuova prospettiva di crescita per Taranto.
I Giochi del Mediterraneo hanno rappresentato una grande occasione di visibilità. Quale eredità ambientale e turistica vorrebbe vedere affinché Taranto 2026 non sia stato soltanto un grande evento, ma l’inizio di qualcosa?
I Giochi del Mediterraneo sono stati una straordinaria opportunità e possono rappresentare una porta d’accesso al cambiamento. Sono state realizzate strutture importanti e ora dobbiamo essere capaci di valorizzarle.
Anche il Mar Piccolo è stato coinvolto nei Giochi in maniera rispettosa dell’ambiente, ospitando discipline remiere senza un impatto invasivo. È un’esperienza che potrebbe continuare.
Il Mar Piccolo possiede tutte le condizioni per diventare un punto di riferimento anche per il canottaggio e per altre attività sportive compatibili con l’ambiente. Sport, tutela del territorio e turismo possono diventare parti dello stesso modello di sviluppo.
Nel nostro viaggio con La Sentinella stiamo incontrando persone che continuano a scommettere su Taranto. Qual è il principale ostacolo al riscatto della città: risorse, progettualità, continuità amministrativa o incapacità di fare sistema?
Sono tutti elementi importanti, ma ne aggiungerei uno ancora più importante: il cambiamento di mentalità.
Dobbiamo informare e formare le nuove generazioni e aiutarle a guardare Taranto da una prospettiva diversa. Abbiamo fatto nostro un motto di una nostra socia, la professoressa Tomaselli: “Amo Taranto perché la conosco”.
Racchiude perfettamente il concetto: posso amare davvero ciò che conosco. Se non conosco il mio territorio, difficilmente potrò amarlo e difenderlo.
Una delle nostre missioni è quindi far innamorare le nuove generazioni di Taranto. Senza questo passaggio rischiamo di cadere nel qualunquismo e nella superficialità, e da lì difficilmente nasce qualcosa di costruttivo.
Quanto dipende dalle istituzioni e quanto da noi? Siamo pronti a chiedere una città più pulita e sostenibile, ma siamo altrettanto pronti a modificare i nostri comportamenti quotidiani?
Credo che ci sia ancora molta strada da fare, anche se qualcosa sta cambiando. Le persone stanno diventando più consapevoli di ciò che è accaduto a Taranto.
Dobbiamo anche evitare letture semplicistiche del passato. La grande industria ha portato, in una determinata fase storica, benefici economici e occupazione. Ma sono state fatte scelte che hanno concentrato attività industriali fortemente impattanti a ridosso della città.
Parliamo sempre dell’Ilva, ma Taranto ha conosciuto anche la raffineria, la Cementir, i cantieri navali e un modello di sviluppo che ha occupato e trasformato porzioni enormi del territorio.
Oggi abbiamo già pagato un prezzo altissimo. È arrivato il momento che le istituzioni locali e nazionali aiutino Taranto a ricostruire il proprio futuro e, ancora una volta, a cambiare la propria narrazione.
Se un ragazzo le dicesse: “Amo Taranto, ma qui non vedo il mio futuro”, cosa gli risponderebbe? Gli consiglierebbe di restare?
Assolutamente sì. Gli direi di formarsi e di restare, se ne ha la possibilità, perché Taranto ha bisogno di giovani preparati, di menti nuove e di persone capaci di guidare il cambiamento.
Oggi l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche ci offre strumenti che in passato non avevamo. Possiamo migliorare la qualità della vita e creare nuove opportunità.
Abbiamo bisogno che i giovani tarantini possano vivere nel luogo in cui sono nati e diventare protagonisti della trasformazione della loro città.
Proviamo a essere molto concreti. Se domani il sindaco le consegnasse simbolicamente le chiavi della città e le dicesse: “Gianni, indicami tre cose da fare nei prossimi cinque anni per trasformare l’ambiente in una leva di rinascita”, quali sceglierebbe?
Partirei naturalmente dall’ambiente e dal mare. Abbiamo il Mar Grande, con delfini e cetacei, e il Mar Piccolo, con una biodiversità incredibile. Dobbiamo valorizzare questo patrimonio attraverso un turismo ambientale rispettoso e sostenibile.
La seconda priorità è la ricettività. Possiamo avere luoghi straordinari, ma se chi viene a visitarli non trova strutture, servizi e una capacità di accoglienza adeguata, rischiamo di perdere una grande opportunità.
Infine dobbiamo ripensare anche il rapporto con l’industria. Abbiamo avuto uno dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Europa senza riuscire a sviluppare intorno a esso un tessuto sufficientemente articolato di piccole e medie imprese capaci di trasformare sul territorio ciò che veniva prodotto. Se una produzione siderurgica compatibile con ambiente e salute continuerà a esistere, credo sia necessario creare intorno ad essa anche nuove opportunità imprenditoriali e occupazionali.
Dopo tanti anni trascorsi a difendere questi luoghi, che cosa di Taranto riesce ancora a emozionarla?
La risposta è ancora una volta nella natura. Entrare a Palude La Vela per fare birdwatching oppure accompagnare dei visitatori in canoa nel Mar Piccolo continua a emozionarmi.
Proprio ieri abbiamo portato un gruppo di turisti a fare un’escursione pomeridiana. Siamo rientrati al tramonto, muovendoci con le canoe e con una piccola barca d’appoggio dotata di motore elettrico, quindi nel massimo silenzio.
A un certo punto alcuni di loro mi hanno detto: “Mi sembrava di essere in un altro posto”.
Ecco, forse è proprio questa la sfida di Taranto: fare in modo che non sia necessario immaginare di essere altrove per meravigliarsi. Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza che abbiamo davanti agli occhi, proteggerla e trasformarla, con rispetto, in una risorsa per il nostro futuro.
