19.8 C
Roma
8 Ottobre 2026
mio nonno amava il mare
AmbienteCulturaSocietà

Mio nonno amava il mare

Dal ricordo di un nonno e della sua passione per la vela a una riflessione sul Mediterraneo, sull’inquinamento e sulla responsabilità che abbiamo verso un patrimonio che troppo spesso diamo per scontato.

Mio nonno amava uscire in barca con papà. In realtà, gli piaceva uscire in barca in generale. Forse perché era ammiraglio, forse semplicemente perché si divertiva. Mio nonno amava la sua Giugia, la barca a vela, tanto quanto avrebbe amato il dinghy qualche anno dopo. Amava quella sensazione di libertà, il vento e la marea che lo portavano con sé. Credo, però, che il mare gli parlasse. Non nel vero senso del termine, chiaramente, ma quando tornava a casa, gli si leggeva in volto la felicità che provava. Era come se, per qualche ora, fosse riuscito a lasciare tutto sulla terraferma, al porto, dove le altre barche come la sua ormeggiavano, e a portare con sé il semplice rumore delle onde, il vento e quella calma che soltanto il mare sembrava sapergli regalare.

Il mare che parla

Il mare, il mare che unisce popoli, che ci fa sentire più vicini anche quando ci separano centinaia di chilometri. Il mare con i suoi colori, le sue correnti, i suoi animali, il mare che abbiamo imparato a conoscere attraverso le vacanze, le fotografie, le barche, le nuotate d’estate, gli studi, la scienza, l’esperienza. Ma il mare è anche un cimitero. Plastica, cadaveri di migranti, catrame e sostanze inquinanti sono ormai parte della realtà del nostro Mediterraneo. Ed è inutile far finta di niente, perché è vero. Quante volte abbiamo sentito parlare al telegiornale del riscaldamento globale? Quante volte abbiamo visto immagini di tartarughe intrappolate nella plastica, di pesci morti, di spiagge ricoperte di rifiuti? E quante volte abbiamo sentito parlare dei barconi con cui arrivano centinaia di persone, dopo un viaggio non soltanto pericoloso, ma estenuante?

Il rischio di abituarsi a tutto

Forse il problema è proprio questo, ossia che siamo diventati abituati a tutto. Ci siamo abituati alle immagini della plastica in mare, alle notizie sulle temperature che aumentano, agli incendi, ai ghiacciai che si sciolgono. Ci siamo abituati persino alla morte di persone (esseri umani proprio come noi, senza alcuna differenza) che attraversano il Mediterraneo cercando una nuova vita, un futuro che, nel loro Paese, non gli è concesso sognare. Trasmettono queste immagini ogni giorno davanti ai nostri occhi e, dopo pochi secondi, passano alla notizia successiva, come se niente fosse.

Il mare non dimentica

Eppure il mare non è una notizia. Il mare è qualcosa che ci appartiene, è parte della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. Per chi vive in un Paese come l’Italia, il mare è impossibile da ignorare. È stato una via di comunicazione, una fonte di lavoro, una strada verso altri popoli e altre culture. Ed è proprio per questo che forse dovremmo smettere di considerarlo qualcosa di infinito. Per molto tempo, le vecchie generazioni hanno guardato il mare come se fosse impossibile rovinarlo, un profondo contenitore nel quale tutto poteva essere gettato senza conseguenze. Però, il mare non dimentica. Quello che gli affidiamo torna indietro, prima o poi, anche se in forma diversa. Torna attraverso la plastica che ingeriamo indirettamente con il cibo, ad esempio nelle scatolette di tonno, attraverso gli ecosistemi che scompaiono, attraverso l’aria e le temperature che cambiano.

Il mare prova a parlarci, ma ci tappiamo le orecchie e facciamo finta di non sentirlo. Mi capita di pensare spesso a mio nonno quando vedo il mare. Penso a quanto sarebbe difficile per lui riconoscere, in alcune immagini che vediamo oggi, quel luogo che gli dava tanta felicità. Mi chiedo cosa penserebbe guardando una spiaggia piena di plastica. E non solo perché era un ammiraglio o perché amava andare in barca a vela, ma perché aveva imparato a guardare il mare come un qualcosa di vivo. Forse è questo che abbiamo dimenticato, che il mare non è uno sfondo per i nostri selfie sugli scogli né tantomeno la location per le serate pazze in spiaggia la notte di San Lorenzo. E’ un ecosistema e una responsabilità.

Amare il mare significa prendersene cura

Quando penso al Mediterraneo penso a una contraddizione. Da una parte c’è il mare che mio nonno amava, quello della libertà, del vento, delle barche a vela e delle giornate trascorse lontano dal viavai cittadino; dall’altra c’è il mare che vediamo nelle cronache, quello attraversato da uomini, donne e bambini che rischiano la vita, quello soffocato dalla plastica e dall’inquinamento, quello che sta cambiando insieme al clima.

Non possiamo amare il mare soltanto quando ci regala qualcosa. Amare qualcosa significa anche prendersene cura. Ormai non basta più raccogliere una bottiglia dalla spiaggia una volta all’anno e la responsabilità non può essere addossata ai soli cittadini (che, senza alcun dubbio, potrebbero fare di più, ma questo è un altro discorso). C’è bisogno di politiche ambientali più rigide, controlli, ricerca, scelte economiche diverse. I governi e le istituzioni non dovrebbero considerare il problema dell’inquinamento come un qualcosa di secondario, ma come una priorità.

Forse mio nonno non avrebbe avuto una risposta a tutto questo, o forse avrebbe semplicemente continuato a uscire in barca, rientrando a casa con quell’espressione felice che ricordo. Il mare continuerà a esistere anche senza di noi. Siamo noi ad avere bisogno di lui. E come un figlio fa con i genitori, anche noi dovremmo imparare ad ascoltarlo. 

 

Flavia Amorosini

Related posts

Esercito Italiano e amianto: il caso Tempra arriva in Appello

amministrazione

Arte a Roma: la “Pinacoteca Capitolina”

Redazione

Nuovi cestoni smart a Roma: innovazione per la raccolta rifiuti

Redazione

Elica a propulsione umana: l’invenzione italiana 8 volte più efficiente premiata con il brevetto del MIMIT

Redazione

Contaminazione a Casaccia: smentita alle false informazioni

Redazione

Dal 19 novembre scatta il filtro anti-spoofing anche per le chiamate da numeri mobili

Redazione