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6 Ottobre 2026
La lingua è anche donna: come il linguaggio riflette (e condiziona) la parità di genere
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La lingua è anche donna: come il linguaggio riflette (e condiziona) la parità di genere

Le lingue sono lo specchio della società che le parla. Ogni parola nasconde visioni del mondo, abitudini culturali e spesso disuguaglianze profonde e radicate. Il modo in cui le donne vengono nominate, rappresentate e addirittura a volte ignorate nelle lingue, racconta una storia lunga di emancipazione, di riconoscimento e cancellazione.

Linguaggio e società: come le parole riflettono le disuguaglianze di genere

Per secoli il maschile è stato considerato il genere universale. Durante la stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani, Eleanor Roosevelt, sotto l’influenza di Hansa Mehta, decise di utilizzare un linguaggio inclusivo. Questa scelta serviva a proteggere le donne da possibili abusi interpretativi della legge, impedendo che i “diritti dell’uomo” venissero riferiti esclusivamente al genere maschile.

Il maschile universale: origini storiche e impatto culturale

Insomma, per secoli, in molte lingue, questa abitudine linguistica ha avuto conseguenze concrete. Se una lingua non nomina qualcosa, è come se quel qualcosa esistesse di meno. Un esempio evidente riguarda i nomi delle professioni. Termini come “medico”, “avvocato”, “ingegnere” o “maestro d’orchestra” sono stati usati nell’arco della storia quasi esclusivamente al maschile, anche quando erano le donne a svolgere quei ruoli.

Nomi delle professioni al femminile: resistenza culturale e cambiamento

La resistenza all’uso della forma femminile, come “avvocata” o “medica”, è un fenomeno propriamente culturale. Alma Sabatini diceva che ciò che non si nomina non esiste. Di conseguenza, accettare queste parole significa accettare che questi ruoli non appartengono più solo agli uomini. Sicuramente, non si sono sviluppati prima perché le donne, un tempo, non avevano accesso a determinati settori della vita pubblica. Insomma, se non esiste una donna medico, non serve una parola per definirla. Questo crea un vuoto non solo lessicale, ma anche sociale. E’ come se le donne si fossero appena trasferite in una casa che non è mai stata pensata e progettata per loro. 

Stereotipi nel linguaggio: quando le parole cambiano significato

Allo stesso tempo, esistono parole che raccontano stereotipi radicati. Infatti alcuni termini femminili hanno connotazioni negative o limitanti, mentre gli equivalenti maschili risultano neutri o addirittura positivi. “Un uomo di mondo” è una persona che ha viaggiato tanto, che ha conosciuto culture e vite diverse. Ma “una donna di mondo” non avrà lo stesso significato. “Un uomo disponibile” non avrà lo stesso valore di “una donna disponibile”, lo stesso avviene per “un cortigiano” e “una cortigiana” e così via. Insomma, questa asimmetria linguistica rafforza delle immagini distorte e addirittura riduttive del mondo femminile. Luce Irigaray, filosofa femminista che ha lavorato molto sul linguaggio, a tal proposito ha dichiarato: “La donna non ha ancora una lingua che sia propria”

Linguaggio inclusivo: evoluzione naturale o forzatura?

Negli ultimi decenni, però, i movimenti sociali e una maggiore consapevolezza collettiva hanno portato a interrogarsi molto su questa questione. Si parla di linguaggio più inclusivo e rispettoso delle identità. Alcuni vedono queste trasformazioni come forzature della lingua, ma in realtà le lingue, di per sè, non sono mai state forzate, perché una lingua è sempre in continua evoluzione, e cambierà in base al contesto e alla realtà in cui si sviluppa. 

Il potere delle parole: come il linguaggio influenza il pensiero

George Orwell, pur non parlando specificamente delle donne, ha detto qualcosa che si applica perfettamente al nostro discorso, ossia che se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero. Continuare a usare un linguaggio che esclude o riduce le donne non porta altro se non a un pensare il mondo in modo limitato. Guardare alle donne nelle lingue, quindi, significa guardare alla società stessa, riconoscere ciò che negli anni è stato escluso e interrogarsi su ciò che diamo per scontato, scegliendo, consapevolmente, come parlare. Ogni parola che usiamo non è mai un semplice termine, ma porta con sé una storia ed è nostro compito scegliere come raccontarla. E’ una responsabilità di cui tutti (uomini e donne) dobbiamo farci carico.

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