La resistenza della comunità LGBTQIA+ in Libano affonda le sue radici nella lotta contro un quadro normativo fortemente repressivo. Dal 1943, infatti, l’articolo 534 del Codice penale punisce i rapporti considerati “contrari alla natura” con pene fino a un anno di reclusione. Questa legge è stata applicata per decenni in modo arbitrario e senza bisogno di prove concrete, colpendo in particolare la comunità omosessuale e le donne che avevano relazioni extraconiugali, alimentando così un costante clima di sorveglianza e paura. A partire dalla fine degli anni ’90, tuttavia, l’attivismo civile ha iniziato a opporsi apertamente a queste persecuzioni, trovando uno spazio di manovra proprio nelle crepe di un sistema politico statale debole e frammentato dal settarismo.
Il ruolo di Helem
Il simbolo più strutturato di questa mobilitazione è Helem, la prima associazione formale nata nei primi anni duemila per difendere i diritti queer nel mondo arabo. Caratterizzata da un approccio intersezionale, Helem collabora stabilmente con altri gruppi emarginati per promuovere una giustizia sociale collettiva. L’importanza cruciale di questa rete si è manifestata chiaramente durante l’emergenza umanitaria del 2024, legata al conflitto armato con Israele. Di fronte alle violenze e alle discriminazioni subite dalle persone queer nei rifugi comuni, l’associazione è intervenuta tempestivamente creando una rete di rifugi privati autogestiti per garantire protezione, beni di prima necessità e supporto psicologico.
Il ruolo dell’arte
Accanto all’attivismo politico, l’arte si è imposta come uno strumento fondamentale di dissidenza. Come teorizzato dallo storico Charles Tripp, l’espressione artistica ha il potere di incrinare la sicurezza dei regimi repressivi semplicemente lasciando una traccia visibile di dissenso.
In Libano, questa “resistenza estetica” ha trovato interpreti di grande impatto, come la celebre band indie-rock Mashrou’ Leila. Attraverso i testi del frontman Hamed Sinno, il gruppo ha portato al centro del dibattito pubblico i temi della libertà sessuale, subendo per questo durissime ritorsioni transnazionali: dalle ondate di arresti tra il pubblico dopo un concerto in Egitto nel 2017, fino alla cancellazione di un loro live in Libano nel 2019 a causa delle minacce di fazioni religiose. Tutte queste pressioni hanno alla fine portato allo scioglimento della band nel 2022.
I contributi nel campo della documentazione visiva e dell’editoria
Altrettanto significativi sono i contributi nel campo della documentazione visiva e dell’editoria. Il fotografo e regista Mohamad Abdouni, attraverso la rivista Cold Cuts e il progetto Treat Me Like Your Mother (2022), ha creato un immenso archivio per preservare la memoria storica di quattro donne trans libanesi e documentare la progressiva scomparsa degli storici spazi di aggregazione queer a Beirut. Sul fronte editoriale, il collettivo di fumetti indipendente Samandal, nato nel 2007, ha sfidato la censura affrontando numerosi processi e pesanti sanzioni pecuniarie con l’accusa di offesa alla religione.
La repressione dello Stato
Nonostante la forte resistenza artistica e politica del Paese, lo Stato ha continuato a reprimere più volte numerosi movimenti. Nel 2023, ad esempio, il film di Barbie è stato estromesso dai cinema perché accusato dal governo di promuovere l’omosessualità, in una crescente dialettica anti-LGBTQIA+.
I sistematici e paranoici tentativi di censura perpetrati dai successivi governi e dalle leadership settarie non devono essere interpretati come una dimostrazione di forza assoluta, bensì come il sintomo evidente di una profonda debolezza ideologica di fronte a una minaccia percepita come ideologicamente contagiosa. Vietando la proiezione di un film o l’esecuzione di un concerto, il potere confessionale ammette implicitamente l’efficacia di quelle narrazioni nel destabilizzare l’ordine costituito. Ne deriva che il confessionalismo libanese, nel tentativo di silenziare la resistenza queer per preservare se stesso, ne decreta inevitabilmente la persistenza. Piiù lo Stato cercherà di soffocare e rendere invisibili queste voci, più i canali dell’arte e dell’infrapolitica amplificheranno il loro grido di liberazione.
