Eligia Loredana Friuli e Nicola Ferrante raccontano la storia iniziata da Francesco Mirabelli e continuata dopo la sua scomparsa: memoria, lavoro, antichi mestieri, nuovi investimenti e una convinzione comune, quella che Taranto possa costruire una parte importante del proprio futuro partendo dal mare.
Taranto ha bisogno di tornare a raccontare anche le proprie storie positive. Storie di persone, famiglie e imprese che ogni giorno continuano a investire, creare lavoro, custodire competenze e, soprattutto, credere nelle potenzialità di una città troppo spesso rappresentata soltanto attraverso le sue criticità.
La Sentinella – L’occhio vigile sul territorio inaugura con questa intervista un percorso dedicato proprio a questa Taranto: quella di chi non nega i problemi, ma prova a guardare oltre, immaginando e costruendo nuove opportunità di sviluppo.
Partiamo dal mare. Non potrebbe essere altrimenti in una città che di mari ne possiede due e che proprio nel rapporto con l’acqua conserva una parte fondamentale della propria storia, della propria identità e, probabilmente, del proprio futuro.
La prima tappa ci porta al Cantiere Nautico Mirabelli, un’impresa la cui storia è indissolubilmente legata al suo fondatore, Francesco Mirabelli, storico maestro d’ascia tarantino, premiato nel 2010 dalla Camera di Commercio con il Premio Resta per la sua attività artigiana. Francesco è scomparso il 14 luglio 2022. Da allora a raccoglierne l’eredità sono stati la nipote Eligia, che già da anni lavorava al suo fianco e che ha assunto la responsabilità del cantiere diventando amministratrice della società, e il marito Nicola, anch’egli già coinvolto nell’attività quando Francesco era ancora alla guida dell’impresa.
Con loro abbiamo parlato del passato, ma soprattutto del futuro: quello del Cantiere Mirabelli e quello di una Taranto che ha davanti a sé una grande opportunità di sviluppo legata al mare, alla nautica e al turismo.
«Zio Franco era un uomo d’altri tempi»
Eligia, prima di parlare del Cantiere Nautico Mirabelli di oggi vorrei partire da suo zio Francesco, che ne è stato il fondatore. Chi era Francesco Mirabelli e che cosa le ha lasciato, professionalmente ma soprattutto umanamente?
Eligia: Zio Franco era un uomo d’altri tempi. Di quelle persone delle quali si potrebbe dire che, dopo averle create, abbiano gettato via lo stampo. Era un gentiluomo, una persona di grande cuore, ma allo stesso tempo estremamente riservata.
Dopo la sua morte, riordinando le sue cose, abbiamo trovato delle lettere di ringraziamento di persone che aveva aiutato economicamente. In alcuni casi aveva contribuito agli studi di ragazzi, in altri aveva aiutato qualcuno ad affrontare problemi di salute o un’operazione. Noi non ne sapevamoassolutamente nulla. Erano gesti che faceva senza raccontarli, mantenendo sempre la massima riservatezza. Questo credo dica molto dell’uomo che era.
Quanto di quel modo di intendere i rapporti umani è rimasto nella cultura del Cantiere Mirabelli?
Eligia: Moltissimo. È uno degli aspetti che abbiamo cercato maggiormente di preservare. zio Franco aveva un rapporto personale con i clienti e con chi lavorava nel cantiere. Conosceva le persone singolarmente e non considerava mai il rapporto soltanto dal punto di vista economico.
Abbiamo cercato di continuare nello stesso modo, mantenendo un clima che per certi aspetti è quasi quello di una comunità familiare. Il profitto è naturalmente necessario per un’impresa, ma non può essere l’unico parametro. Ci sono il rispetto delle persone, l’attenzione verso chi lavora con noi e anche la sensibilità nei confronti dell’ambiente.
Un lungo affiancamento
Nicola, Lei aveva già cominciato ad affiancare Franco Mirabelli, occupandosi anche della parte amministrativa e seguendo il suo rapporto con i clienti. Quanto è stato importante quel periodo per prepararla alle responsabilità che sarebbero arrivate?
Nicola: È stato fondamentale, anche se probabilmente in quel momento non avevo piena consapevolezza di quanto lo sarebbe diventato. Già da alcuni anni zio Franco aveva cominciato a coinvolgermi nella parte contabile e nel rapporto con i clienti.
Quando riceveva qualcuno in ufficio io ero spesso presente. Mi ero praticamente costruito un piccolo posto accanto a lui e ascoltavo. In questo modo ho imparato a conoscere le dinamiche del cantiere, le tempistiche delle lavorazioni e soprattutto le diverse modalità di relazione con i clienti, perché ogni persona è diversa dall’altra.
Tutto questo nel 2022 è diventato improvvisamente prezioso.
Il 14 luglio 2022 Francesco Mirabelli viene a mancare. Lei assume la responsabilità del cantiere e diventa amministratrice della società. In quel momento ha prevalso il peso della responsabilità o la determinazione a non disperdere ciò che suo zio aveva costruito?
Loredana: Sicuramente la determinazione a non vanificare tutti i sacrifici che aveva fatto. Io ho vissuto buona parte della mia vita accanto a zio Franco. Mia madre, sua sorella, viveva insieme a lui e quindi ho avuto la possibilità di conoscerne profondamente il modo di pensare e di agire.
Per me è stato quasi un padre. Potrei dire di essere stata una sorta di figlia adottiva. Mi ha accompagnata per una parte importante della mia vita e questo mi ha permesso di capire come avrebbe affrontato determinate situazioni, cosa avrebbe pensato e quali valori avrebbe voluto preservare.
Lasciare che tutto questo andasse perduto non sarebbe stato possibile.
Quando oggi deve prendere una decisione difficile, le capita ancora di domandarsi: “Cosa avrebbe fatto zio Franco?”
Loredana: Molto spesso. Ci capita ancora di dire: “Zio Franco avrebbe detto questo” oppure “Zio Franco avrebbe fatto così”. Aveva anche un’espressione tutta tarantina che utilizzava in determinate situazioni: “adda capì”. Significava che non sempre bisogna prendere le persone di petto. A volte bisogna lasciare loro il tempo di comprendere da sole, maturare una consapevolezza e capire perché una determinata strada non sia quella giusta.
Era il suo modo di rapportarsi agli altri. E ancora oggi, in tante situazioni, quello sguardo sulle persone continua ad accompagnarci.
«Non volevamo disperdere ciò che Francesco aveva costruito»
Nicola, dopo il 14 luglio 2022 non c’è stata una vera interruzione. Cosa vi ha dato la forza di trasformare quel momento in una nuova fase della storia del cantiere?
Nicola: In realtà ci siamo trovati immersi nella situazione senza una vera soluzione di continuità. La motivazione principale è stata proprio quella di non disperdere un patrimonio costruito attraverso tanti anni di lavoro e sacrifici. Ancora oggi incontriamo tantissime persone che ricordano il “Signor Franco” e ne conservano un ricordo estremamente positivo.
Non volevamo che tutto quello che aveva creato smettesse di produrre frutti per il futuro. Questa è stata la molla che ci ha spinto anche nei momenti più difficili e che ci ha fatto accettare i sacrifici necessari per continuare.
Quando si raccoglie l’eredità di un fondatore bisogna trovare un equilibrio tra continuità e cambiamento. Cosa avete voluto conservare e cosa avete invece innovato?
Nicola: Abbiamo voluto mantenere innanzitutto il suo modo di lavorare e, in particolare, il rapporto con gli operai e con i clienti. Allo stesso tempo abbiamo dovuto necessariamente guardare avanti. Alcune persone che hanno fatto la storia del cantiere, per ragioni anagrafiche o personali, progressivamente terminano il proprio percorso lavorativo e dobbiamo affiancare loro nuove figure.
Cerchiamo persone che possano inserirsi condividendo quei principi: sentirsi parte di una comunità, non guardare soltanto al profitto o all’esecuzione materiale di un lavoro, ma mantenere attenzione alla persona, rispetto e sensibilità ambientale.
Il valore dei mestieri che rischiano di scomparire
Mirabelli era uno degli storici maestri d’ascia di Taranto e nel 2010 ricevette il Premio Resta della Camera di Commercio per la sua attività artigiana. Quanto è difficile oggi preservare e trasmettere questo patrimonio di competenze?
Nicola: È una delle difficoltà maggiori che incontriamo. Nel nostro cantiere abbiamo professionalità capaci di intervenire sulle imbarcazioni a 360 gradi, con l’esclusione della motoristica, per la quale intervengono i professionisti che rappresentano i diversi marchi presenti sul territorio. Parliamo di competenze che oggi non è affatto semplice trovare.
Per esempio, un nostro cliente proveniente da Otranto ci ha fatto notare proprio quanto sia diventato difficile incontrare lavoratori capaci di eseguire una gamma così ampia di interventi.
È un patrimonio che dobbiamo assolutamente cercare di preservare.
State provando ad affiancare giovani agli operai più esperti. Come sta andando?
Nicola: Non è semplice. Da tempo cerchiamo di inserire nuove figure da affiancare ai nostri lavoratori storici e abbiamo incontrato diverse difficoltà. Sono cambiate le mentalità e talvolta è più difficile trovare quella dedizione e quella disponibilità al sacrificio che caratterizzavano le generazioni precedenti.
Abbiamo però verificato anche una cosa positiva: quando una persona viene inserita in un contesto lavorativo nel quale trova esempi positivi, è possibile trasmettere un diverso modo di vivere il
lavoro. Ed è su questo che dobbiamo continuare a investire.
Investire per guardare avanti
Quale Cantiere Nautico Mirabelli state cercando di costruire per il futuro?
Nicola: Stiamo continuando a investire. Abbiamo già realizzato interventi su nuove attrezzature e sistemi tecnici e ne abbiamo altri in programma. Naturalmente la nostra è anche un’attività che opera su concessione demaniale e quindi per programmare investimenti di lungo periodo abbiamo bisogno di poter guardare al futuro con sufficiente certezza.
Uno dei problemi è il frequente avvicendamento degli interlocutori negli uffici comunali e regionali. Quando cambiano continuamente dirigenti e referenti diventa difficile costruire relazioni amministrative stabili e programmare.
Chi fa impresa ha bisogno di interlocutori e tempi certi.
«Taranto ha ancora un enorme potenziale inespresso»
Il vostro è un osservatorio privilegiato sul mare. Taranto possiede due mari, una tradizione marinara e una posizione geografica straordinaria. Quanto potenziale rimane ancora da esprimere?
Eligia e Nicola: Tantissimo. Si potrebbe fare veramente molto, anche dal punto di vista dell’attrattività.Se guardiamo alla nostra esperienza, negli ultimi quattro anni abbiamo visto crescere significativamente la presenza di nuovi clienti. Molti arrivano attraverso un passaparola positivo: qualcuno viene da noi, resta soddisfatto delle lavorazioni e ci segnala ad altri armatori.
Questo significa che quando ci sono professionalità e qualità, le persone sono disposte anche a spostarsi per cercarle. Taranto possiede competenze importanti e potrebbe valorizzarle molto di più, trasformando il marein una leva di sviluppo.
I Giochi del Mediterraneo e un’occasione da non perdere
I XX Giochi del Mediterraneo hanno acceso su Taranto un’attenzione internazionale. Può essere l’occasione per cambiare il racconto della città e costruire un nuovo sviluppo legato anche al turismo e al mare?
Eligia e Nicola: Ce lo auguriamo e crediamo che sia possibile.
Già lo scorso anno, quando erano iniziati i lavori dello Stadio del Nuoto, abbiamo inviato una PEC al Comune di Taranto, a Kyma Ambiente e al Demanio dando la nostra disponibilità a creare le condizioni per una via d’acqua all’interno del cantiere.
L’idea era mettere a disposizione uno spazio che consentisse alle persone di arrivare via mare con una motonave e raggiungere la zona dello Stadio del Nuoto. Per noi avrebbe significato rinunciare a una parte dello spazio che utilizziamo per l’attività, ma eravamo disponibili a farlo se fosse stato utile alla città. Purtroppo non abbiamo ricevuto risposta.
Lo raccontiamo non per polemizzare, ma perché dimostra quanto si potrebbe fare se pubblico e privato riuscissero a dialogare maggiormente e a lavorare verso uno stesso obiettivo.
Cosa dovrebbe fare Taranto per trasformare l’attenzione di questi giorni in sviluppo duraturo?
Eligia e Nicola: Bisogna riuscire a fare sistema. Le idee e le disponibilità ci sono, ma servono interlocutori con i quali poter costruire progetti e portarli avanti nel tempo. Non possiamo limitarci alle singole iniziative: bisogna creare le condizioni perché chi ha una proposta possa trovare dall’altra parte qualcuno disposto ad ascoltarla, valutarla e, quando è valida, realizzarla.
Il mare può essere una straordinaria infrastruttura naturale della città. Dobbiamo imparare a utilizzarlo molto meglio.
«Fare impresa qui significa scommettere ogni giorno»
Avete mai pensato di portare altrove la vostra esperienza?
Eligia e Nicola: Qualche volta ci siamo chiesti se il modello del Cantiere Mirabelli possa essere esportato altrove. Per il momento è rimasto un ragionamento tra noi e non si è tradotto in nulla di concreto. Nonescludiamo però che nel medio termine possa essere un’ipotesi da valutare.
La nostra realtà resta qui e qui continuiamo a lavorare e investire.
Se poteste cambiare una sola cosa della mentalità di Taranto per favorirne la crescita, quale sarebbe?
Eligia e Nicola: Probabilmente l’invidia. A volte abbiamo l’impressione che iniziative potenzialmente positive non vengano sostenute perché prevalgono divisioni e personalismi. Invece dovremmo imparare maggiormente a sostenere chi porta avanti un progetto valido, sia esso imprenditoriale, sociale o di altra natura.
Una città cresce quando il successo di qualcuno viene considerato un’opportunità anche per gli altri e non qualcosa da ostacolare.
«Se Francesco Mirabelli tornasse qui…»
Eligia, immaginiamo per un momento che suo zio Franco possa varcare nuovamente il cancello del cantiere. Cosa pensa che direbbe guardando quello che avete fatto?
Eligia: Non possiamo avere la controprova, naturalmente. La nostra speranza è che vedrebbe innanzitutto che c’è ordine, che il cantiere è vivo e che l’attività continua quotidianamente. Vedrebbe che quello che per tanti anni è stato praticamente la sua famiglia continua a vivere.
Naturalmente noi siamo diversi da lui. Apparteniamo a una generazione differente, sono cambiate le persone ed è cambiato il mondo. Ma zio Franco era un uomo lungimirante, capace di guardare avanti, e credo che comprenderebbe anche questo.
Magari qualche tiratina d’orecchie ce la darebbe. Anche se, a dire il vero, non aveva bisogno di farlo: a zio Franco bastava uno sguardo. Con uno sguardo riusciva a dirti tutto.
Quale Taranto vorreste vedere tra dieci anni?
Eligia e Nicola: Una Taranto capace di credere maggiormente nelle proprie possibilità e di utilizzare davvero le risorse straordinarie che possiede. Continuare a fare impresa qui è una scommessa quotidiana. Ogni mattina si ricomincia, ci si confronta con i problemi, con le persone, con le responsabilità e anche con se stessi.
Ma poi ci sono i rapporti umani, la fiducia dei clienti, le persone che lavorano con noi, la capacità anche nei momenti difficili di ritrovare un sorriso, prendere un caffè insieme e ripartire.
È anche questo che ci dà l’energia per continuare. E continuiamo a farlo qui, a Taranto.
Massimo Maria Amorosini
In relazione al presente articolo è pervenuta una richiesta formale di rettifica da parte del sig. Leopoldo Mirabelli, per il tramite dell’ Avvocato cristina casale, in merito all’assetto successorio e societario del Cantiere Nautico Mirabelli.
Si precisa che l’espressione “raccoglierne l’eredità”, utilizzata con riferimento a Loredana Friuli e Nicola Ferrante, era riferita esclusivamente alla continuità umana e professionale rispetto al fondatore Francesco Mirabelli e non alla sua successione ereditaria.
→ Leggi qui la rettifica integrale e le precisazioni della Direzione
